Una riflessione sul decimo convegno EPCA di Belgrado

Il decimo convegno dell’European Personal Construct Association si è tenuto dal 9 al 12 aprile 2010 a Belgrado, in Serbia. Come hanno scritto gli organizzatori, un luogo particolare per un evento speciale, nel punto in cui si toccano l’Europa Occidentale e Orientale.

È stata la prima volta che ho potuto partecipare ad un intero convegno internazionale di costruttivismo. Avevo fatto una precedente esperienza a Venezia, nel 2009, al Convegno Internazionale di Psicologia dei Costrutti Personali, rimanendovi però solo per un giorno. Prima di Belgrado non avevo avuto l’occasione di percepire cosa potesse significare essere “immerso in un mondo costruttivista”– per diversi giorni, e devo dire che l’esperienza in Serbia è stata intensa e stimolante.

Partecipare al Convegno di Belgrado ha significato innanzitutto prendere consapevolezza di cosa sia il “costruttivismo” in Europa, avendo avuto l’opportunità di ascoltare paper ed interventi di costruttivisti provenienti da Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Italia, Repubblica Ceca, Serbia, Spagna, Turchia.

Da un punto di vista professionale, ho apprezzato quante possibilità di applicazione il costruttivismo offra e quanto sia attiva la comunità costruttivista nel vecchio continente.

Devo dire però che prima che essere un luogo di scambio di idee, paper, dissertazioni teoriche e proposte cliniche, il Convegno di Belgrado per me è stato essenzialmente un incontro e uno scambio tra persone, la confluenza di innumerevoli modi di costruire l’esperienza e la vita. Osservando il continuo confrontarsi di docenti, ricercatori, studenti, ho intuito quanto la definizione kellyana di persona come “sistema di significati in movimento” sia quanto mai azzeccata.

Un cosa poi ho sentito chiaramente a Belgrado. Il fatto che non vi sia una distinzione tra una persona e i suoi significati. Questo certo sembra scontato ed ovvio, ma non penso che sia sempre così evidente nel nostro modo di osservare gli eventi.

Al Convegno ho avuto occasione di sentire interventi di costruttivisti provenienti da ogni parte d’Europa e da ogni “livello”, accademico e non. In quei quattro giorni, sono sfilati davanti ai miei occhi docenti più o meno noti, ricercatori, “semplici” studenti. Mentre li ascoltavo, sentivo che qualcosa – oltre la loro semplice relazione – mi colpiva, ma non sapevo esattamente dire cosa … Solo al rientro da Belgrado ho capito chiaramente cosa stessi percependo. Penso di aver sentito – forse per la prima volta chiaramente – la differenza che passa tra “parlare di costruttivismo” ed “essere costruttivista”; la differenza tra chi utilizza termini costruttivisti, magari in modo appropriato ed elegante, e chi sta incarnando la teoria che espone, anche se non sta utilizzando un linguaggio costruttivista accurato ed accademico.

Ho sentito chiaramente la differenza tra chi cerca di addentrarsi nel costruttivismo magari in modo maldestro ma con il coraggio e lo stupore di un esploratore, e chi talvolta presume di aver già raggiunto la meta.

Il fatto di rimanere per quattro giorni tra colleghi – più o meno giovani – che stavano incarnando l’entusiasmo e la freschezza di un “uomo ricercatore”, mi ha permesso di notare infatti che nella mia piccola esperienza troppo spesso la parola costruttivismo era associata a libri, articoli, saggi clinici, forse qualche volta anche a pazienti, ma non avevo mai collegato il costruttivismo – in una parola – alla vita. Penso questa sia stata la percezione e la lezione che più strettamente ho colto a Belgrado.

C’è poi un’ultima riflessione che mi sento di fare, ricordando anche quanto è avvenuto a margine del convegno in sé, ovvero le serate “libere” e i momenti di pausa. Anche in queste occasioni ho avuto modo di apprendere e imparare, forse in misura maggiore di quanto ho fatto durante le sessioni del convegno. Ho visto infatti “luminari del costruttivismo” ridere e scherzare con giovani studenti come fossero dei vecchi compagni di classe. E ancora, e forse questa è la cosa che più mi ha fatto pensare, ho visto alcuni “maestri” fermarsi a parlare con gli studenti, chiedere a loro pareri o indicazioni su questa o di quella parte della teoria di Kelly … Mi ha stupito notare con quanta semplicità, curiosità e penso anche umiltà erano pronti non tanto ad insegnare, quanto a discutere assieme e ad imparare, “persino” dagli allievi che studiano sui loro stessi testi.

In conclusione, penso che da Belgrado mi porterò via il ricordo degli occhi curiosi di molti “colleghi”, giovani e meno giovani. Penso che il convegno EPCA, una volta di più, mi abbia mostrato come parlare di costruttivismo non sia poi una via così intrigante, mentre l’essere costruttivista significhi “copiare” un po’ dai bambini e dagli esploratori. Come l’essere un costruttivista significhi forse rimanere permanentemente uno studente, un uomo ricercatore nel viaggio della conoscenza.

Per questo posso dire che in tutti gli articoli, gli interventi e le relazioni che ho ascoltato, comprese anche le risate e i momenti liberi del Convegno, ho trovato conferma di ciò che scriveva Paulo Freire, a proposito della conoscenza e dell’educazione: “nessuno può educare nessun altro. Nessuno può educare se stesso. Le persone si educano l’un l’altra attraverso le loro interazioni”. 

Lorenzo Gios

Notizia inserita il 18/05/2010 alle ore 15:41.