Forum » Forum pubblico - Public Forum » Quali responsabilità ha o dovrebbe avere un didatta nei confronti dei suoi allievi?

Info utente giliberto

02 ottobre 2009
12:17:53

Ciao a tutti,
quali responsabilità ha o dovrebbe avere un didatta nei confronti dei suoi allievi?
Fra qualche tempo avrò il piacere di confrontarmi su questo argomento con colleghi didatti di altre scuole costruttiviste europee. Per me è un tema importante, mi piacerebbe discuterne con voi e sapere cosa ne pensate.
Massimo Giliberto

Re:

Info utente ila

07 ottobre 2009
13:03:19

domanda complessa...
forse un didatta dovrebbe essere spudoratamente bello...alto... sensuale... e... ovviamente... donna:-)!

Stupidaggini a parte... penso che la sua responsabilità sia quella di aiutare gli studenti a trovare il LORO MODO di essere terapeuti....cioè il loro modo di utilizzare se stessi come strumenti all'interno di una RELAZIONE terapeutica...
Partendo dal presupposto che una persona scelga una scuola perchè è interessata a quel paradigma, un didatta dovrebbe facilitare l'esperienza dell'ESPERIENZA attraverso il paradigma...
Qui, secondo me, il didatta può e un certo senso deve, esprimere il suo punto di vista sul "rigore teorico"... punto di vista che poi potrà e dovrà essere elaborato con il punto di vista dello studente...
L'"esperienza attraverso il paradigma" non è scindibile, secondo me, dall'"esperienza attraverso l'essere persona" dello studente ...ecco perchè il didatta (sulla base però di un'analisi individuale che lo studente fa) dovrebbe poi permettergli di trovare un modo di rendere professionalmente utile la sua personale costruzione dell'esperienza attraverso il paradigma...

In una frase: dovrebbe consentirci di essere rigorosamente eretici nei confronti del paradigma che abbiamo scelto

Ila

Re:

Info utente elenadnl

12 ottobre 2009
22:14:31

sarò breve e concisa...ho l'impressione cha un didatta abbia la responsabilità di sollecitare il nostro senso di responsabilità: responsabili come uomini e come professionisti nei confronti di noi stessi e del cliente.

elena

Re:

Info utente simone

20 ottobre 2009
13:52:29

sarò lungo e non conciso...bella domanda rognosa...

1. la domanda è forse che tipo di responsabilità ha il didatta verso se stesso..non per costruir castelli in aria ma la domanda originaria mi porta a sovrapporre un bel pò di questioni...per cui partirei dal basamento!
La prima distinzione generalistica a cui penso (escludento a priori i didatti fancazzisti) è tra un didatta che pensa all'insegnamento come un range, un focus limitato e definito (1.1) e un didatta che non pone una netta separazione tra il focus dell'insegnamento e il focus di quello che potremo chiamare "vivere" (1.2).
Il didatta "1.1" a mio avviso, ha una responsabilità verso se stesso legata ad un rigore argomentativo, preparazione e aggiornamento specialistico, una capacità di elaborazione della disciplina sia teorica e pratica. La vera sfida di queto tipo di didatta è nella mia personale prospettiva "sistemica". Ovvero il didatta deve cercare di saper confrontare ipotesi, risultati e metodi della propria disciplina con altre discipline, rifuggendo da una sterile settorializzazione.
Il didatta "1.2" a mio avviso, ha una responsabilità verso se stesso di onestà intellettuale, di coerenza etica e di una certa visione a lungo periodo che gli permetta di vedere oltre il comportamento "qui ed ora" dell'allievo..ed in primis il proprio. La vera sfida di questo tipo di didatta....è difficile da definire senza sembrare freakkettoni spiritualisti... Potremmo restare sull'immagine di una sfida "sistemica", ma non certo in termini di semplice dilatazione cognitiva. Il tema è forse...e quindi divento freakkettone spiritualista...di dare significato personale al termine sfida, sia nei termini del didatta che successivamente nei termini dell'allievo.. Quello che sto cercando di dire è che il didatta ha una responsabilità continua ed ineludibile verso il proprio significato di "stare al mondo" e quindi verso le esperienze (nè positive nè negative) che hanno fatto di lui ciò che è.

2. La domanda sulla responsabilità verso gli allievi sta quindi nella consapevolezza che il didatta ha nel collocarsi/muoversi tra i due poli "1.1" e "1.2"...e nel saper manifestare e condividere tale scelta con gli allievi. Ovviamente i due poli sono delle estremizzazioni teoriche non necessariamente inconciliabili. Stiamo ora parlando di una responsabilità condivisa ed a mio avviso, l'unica soluzione sta nell'aver presenti e "condivisi" i presupposti, tanto dell'allievo quanto del didatta.

3. Ultimo punto...ancora più rognoso...è: l'insegnamento della psicoterapia ha un suo range di pertinenza specificamente legato ad uno dei due poli "1.1" o "1.2"?? Posso solo esprimere la mia opinione, ovvero che trattandosi di una scuola di specializzazione a pagamento il punto "1.1" è difficilmente eludibile...e trattandosi di una disciplina che mira ad aiutare le persone nel loro "stare al mondo"...anche il punto "1.2" è altrettanto ineludibile!!

4 Concludendo...grazie a dio...un didatta in psicoterapia credo che sia inevitabilmente fottuto a vita! Dal tema della riflessività non si scappa!!

[ Modificato da simone il 20/10/2009 alle ore 13:10 ]


Re:

Info utente luana

07 novembre 2009
19:41:17

Sarò breve e non concisa...

Delle questioni riguardanti la responsabilità e la necessità di assumerla da parte del didatta che si occupa di formare un allievo alla psicoterapia, come del terapeuta che prende in carico un paziente, come del paziente stesso rispetto alla propria costruzione del mondo, ne ritengo interessante una in particolare, relativa ad una sorta di “umiltà”.
Così come nella psicoterapia, anche nella formazione alla psicoterapia (in particolare nell'ambito della pcp) ci troviamo coinvolti in un processo collaborativo dove, credo, la responsabilità può essere considerata altamente distribuita. Questo a mio parere implica due cose: da un lato l'umiltà di accettare la condivisione della responsabilità del “fallimento” in caso la persona non disponga, durante o dopo il suo percorso terapeutico/formativo, di costruzioni personali/professionali che le siano più utili di quelle con cui è arrivata; dall'altro lato l'umiltà di chi è in una posizione di potere ma vi rinuncia per incoraggiare l'azione personale.
Penso che se (ma non è detto) è possibile dimostrare di aver effettivamente fallito/favorito il buon esito dell'intervento per la persona, così in terapia come nella formazione, un'assunzione di umiltà dovrebbe portare il terapeuta/didatta a intraprendere una revisione in un caso oppure ritirarsi e scomparire dietro al riconoscimento della aggressiva e responsabile ricostruzione della persona nell'altro. In altre parole vedo un'asimmetria: se qualcosa va male la responsabilità è anche del didatta, se qualcosa va bene la responsabilità non è del didatta, ma in entrambi i casi e dal primo momento colui che si trova ad avere un occhio sovraordinato sul processo è tenuto a facilitare una revisione che sia utile alla persona.

Non so se mi son capita...

Re:

Info utente FedeRigoni

07 novembre 2009
19:46:07


E per essere concisa e coincidente.........

Agganciandomi a queste ultime considerazioni propongo una riflessione e una domanda: la riflessione riguarda il contributo che la pragmatica della comunicazione può offrire relativamente alla questione della responsabilità di una comunicazione efficace.
Provo a spiegarmi: se tentiamo una possibile sovraordinazione dello scambio relazionale tra didatta e allievo / tra terapeuta e paziente possiamo considerare queste interazioni come una specificazione di un più generale scambio comunicativo, nell’accezione offerta in merito dalla pragmatica della comunicazione.
Al riguardo la tradizione della pragmatica afferma che la responsabilità di una comunicazione efficace dipende prevalentemente da quanto il soggetto che maggiormente padroneggia codici / strumenti comunicativi è in grado di adattarli all’interlocutore in modo da favorire una comprensione funzionale ad una comunicazione efficace (per comunicazione efficace vogliamo intendere un’elaborazione creativa dell’esperienza che favorisca un movimento da parte degli attori della “conversazione” in senso ampio). Sulla base di tali premesse, seppure entrambi gli attori siano protagonisti attivi e collaborativi nel processo comunicativo, è comunque attribuita al didatta / terapeuta la responsabilità del movimento (nella forma del cambiamento o dell’apprendimento).

Passo alla domanda, che riguarda la duplice “interpretazione” del ruolo di “responsabile”, a partire dalla radice etimologica della parola stessa: è responsabile chi risponde di ciò che fa / afferma / “contribuisce a costruire”, o invece è responsabile colui che “ha le risposte?” La scelta di quale accezione assumere come prevalente implica posture relazionali con gradi di umiltà piuttosto differenti. Kelly ci suggerisce che “il paziente ha le risposte / può rispondere” e questo mi porterebbe a pensare che potrebbe essere opportuno declinare il costrutto di responsabilità modulandolo in funzione del ruolo: se il didatta / terapeuta è responsabile nella misura in cui “risponde di ciò che fa”, l’allievo/paziente responsabile è colui che attraverso il didatta / terapeuta costruisce con sufficiente creatività le sue risposte. In questo modo, la portata creativa delle costruzioni di un paziente/allievo non definiscono tanto la responsabilità dello stesso paziente/allievo quanto piuttosto la responsabilità che il terapeuta/didatta investe nella comunicazione didattica / terapeutica.

Re:

Info utente giliberto

15 dicembre 2009
16:37:37

Ho trovato tutti i vostri spunti molto interessanti e per molti aspetti condivisibili. Fanno comunque riflettere. Temi come la coerenza etica, l'onestà intellettuale, l'umiltà e l'interpretazione del fallimento meritano approfondimento.

Vorrei però lanciare un'ulteriore provocazione: un didatta costruttivista può valutare i suoi allievi se il presupposto da cui parte è l'alternativismo costruttivo, per cui ogni diversa visione del mondo ha un fondamento plausibile nell'esperienza?

Re:

Info utente simone

16 dicembre 2009
10:32:28

poco da aggiungere:

per l'epistemologia può andar anche bene l'adagio di Feyerabend "Anything goes"....non si fa male a nessuno...

per la psicoterapia...gira voce che in stanza si sia almeno in due...

quindi al di là di varie dotte e articolate digressioni sull'efficacia terapeutica, la valutazione è possibile e concerne in primis la capacità di comprendere il significato personale di cosa (non)stia dicendo colui che mi siede innanzi...ovviamente nei suoi termini

l'alternativismo contrasta a mio avviso con una definizione oggettiva di valutazione, ma non con una definizione condivisa tra due persone

dunque? personalmente consiglio di trasformare l'icp in una scuola di epistemologia e fanculo alla clinica!

Re:

Info utente francesca

16 dicembre 2009
21:36:32


Mi chiedo e vi chiedo: può un didatta non valutare?
La mia personale risposta in questo momento è: nella misura in cui un didatta sceglie di esserci per il suo allievo e sceglie d costruire i suoi processi di costruzione lo sta già valutando.
La domanda è sfalzata rispetto all'azione: nel momento un cui me lo chiedo lo sto già facendo.
La possibiltà nasce nel momento in cui l'alternativismo costruttivo permette al diadatta di utilizzare la sua valutazione per innescare un movimento che si coordini e tagli perpendicolarmente il movimento dell'allievo.

Ps valutare è un verbo transitivo che i tra i vari significati figurati include stimare, tenere conto

Re:

Info utente ila

17 dicembre 2009
17:31:55

...se all'alternativismo costruttivo si affianca il presupposto delle scelta... a mio parere ad esso complentare... la tua domanda, massimo, come potrebbe diventare?

ila

Re:

Info utente giliberto

18 dicembre 2009
12:50:34

Ila, Ila... Voui ribaltare le parti e togliermi il gusto della provocazione?

Re:

Info utente clod

24 dicembre 2009
13:07:52

mi chiedo.. in che modo è utile la valutazione? forse nella misura in cui permette allo studente una maggiore riflessività rispetto alla propria personale modalità di conoscere e al docente di espolare la propria modalità di stare con l'altro e il senso che assume per lui l'insegnamento?..in questi termini è sottointeso che la valutazione trova senso se si è disposti a costruire i processi di costruzione dell'altro

Re:

Info utente ila

29 dicembre 2009
15:37:29

come psicoterapeuti in formazione facciamo delle scelte, alcune piuttosto che altre. Come didatti fate delle scelte, alcune piuttosto che altre.
Alcune di queste scelte sentiamo di farle a partire da un presupposto che sentiamo condiviso...condiviso tra studenti e didatti.... ciò che si muove lungo questo sentiero puoi chiamarlo valutazione, consiglio, critica, validazione, invalidazione, complimento.... ma sostanzialmente, credo, si tratta di qualcosa che ha a che fare con il senso che diamo e/o che vogliamo dare al nostro mestiere

Ila

Re:

Info utente Augusta

27 gennaio 2010
19:28:45


Do spazio alla (provoc)azione di Po:

Quale didatta sceglie di diventare responsabile -nell'accezione di rendere ragione delle proprie e altrui azioni e conseguenze - nei confronti degli allievi?
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